Il giudicato e la revocazione della confisca di prevenzione

Il decreto che dispone la confisca diviene definitivo quando non sono proponibili impugnazioni diverse dalla revocazione, perchè è decorso inutilmente il termine per proporre impugnarsi ovvero è stato dichiarato inammissibile o rigettato il ricorso per cassazione.

Il provvedimento, una volta divenuto definitivo, viene comunicato – a cura della cancelleria dell’ufficio giudiziario che ha emesso il provvedimento – all’Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, nonché al prefetto e all’ufficio dell’Agenzia del demanio competenti per territorio in relazione al luogo ove si trovano i beni o ha sede l’azienda confiscata.

Il giudicato, così formatosi, include le sole questioni dedotte e non anche quelle deducibili, condizionato dalla situazione di fatto esaminata che, solo se immutata, rende applicabile il principio del ne bis in idem (giudicato rebus sic stantibus).

Nessuna preclusione, pertanto, in caso di rigetto di una proposta di confisca per mancanza dei presupposti, ove emergano successivamente nuovi elementi in tal senso, all’instaurazione di un nuovo procedimento di prevenzione, con sequestro e confisca dei beni alla stregua di una nuova considerazione della situazione fattuale.

Nel caso, invece, di un procedimento conclusosi con la confisca dei beni, avverso tale pronuncia l’art. 28 d.lgs. 159/2011 prevede la possibilità di proporre la revocazione della decisione definitiva, nelle forme previste dagli articoli 630 e seguenti del codice di procedura penale, esclusivamente al fine di dimostrare il difetto originario dei presupposti per l’applicazione della misura.

Ciò significa che, pena il rigetto dell’istanza, il novum dovrà evidenziare la legittima provenienza dei beni confiscati, che questi non fossero frutto di attività illecite o non ne costituissero il reimpiego, ovvero che il loro valore fosse assolutamente proporzionato al reddito del preposto, dichiarato ai fini delle imposte sul reddito all’epoca dell’acquisizione del bene, o all’attività economica svolta dal soggetto.

Si tratta di un rimedio straordinario introdotto solamente con l’entrata in vigore del codice antimafia (D.lgs. 159/2011), che ha colmato un vuoto normativo che aveva animato accesi dibattiti in materia.

In assenza di regolamentazione, infatti, un primo orientamento giurisprudenziale propendeva per l’inammissibilità della istanza di revocazione, sulla base dell’irrevocabilità del provvedimento di confisca, che rappresenterebbe “una sorta di espropriazione per pubblico interesse”, con il conseguente trasferimento a titolo originario del bene sequestrato nel patrimonio dello Stato.

Altro orientamento, invece, ammetteva la revoca della confisca ex tunc nei casi in cui era consentita la revisione della sentenza, dovendo essere adempiuto, in presenza di una invalidità genetica del provvedimento, l’obbligo riparatorio prefigurato dall’art. 24, ult. co., Cost. Trovavano applicazione tutte le disposizioni procedimentali previste per la revoca ex nunc, ivi compresa la competenza del Tribunale; l’accoglimento della domanda comportava la restituzione del bene o forme riparatorie nel caso di destinazione del bene a uso pubblico.

Sicché, l’introduzione del rimedio della revocazione della confisca di cui all’art. 28 d.lgs. 159/2011 altro non è che un portato dell’evoluzione giurisprudenziale.

Ai sensi dell’art. 28, anche per come recentemente novellato dalla riforma del codice antimafia, la richiesta va presentata alla Corte di appello individuata ai sensi dell’art. 11 c.p.p., ove ricorra una delle seguenti ipotesi:

  • scoperta di prove nuove decisive, sopravvenute alla conclusione del procedimento;
  • quando i fatti accertati con sentenze penali definitive, sopravvenute o conosciute in epoca successiva alla conclusione del procedimento di prevenzione, escludano in modo assoluto l’esistenza dei presupposti di applicazione della confisca;
  • quando la decisione sulla confisca sia stata motivata, unicamente o in modo determinante, sulla base di atti riconosciuti falsi, di falsità nel giudizio ovvero di un fatto previsto dalla legge come reato.

La richiesta di revocazione deve essere proposta, a pena di inammissibilità, entro sei mesi dalla data in cui si verifica uno dei casi previsti dal comma 1 dell’art. 28, salvo che l’interessato dimostri di non averne avuto conoscenza per causa a lui non imputabile.

A differenza della revisione delle sentenze di condanna, in ordine alla quale il legislatore ha individuato in maniera analitica i soggetti legittimati a proporre l’impugnazione straordinaria, l’art. 28 d.lgs. 159/2011 contiene una indicazione assolutamente vaga, facendo un generico riferimento a “l’interessato”.

“Interessato” è sicuramente il destinatario della misura patrimoniale, individuabile ai sensi dell’art. 16 d.lgs. 159/2011; “Interessati” sono, altresì, gli eredi, gli aventi causa o i successori a titolo universale o particolare del preposto, ben potendo la confisca essere disposta anche nei confronti di beni appartenenti a un soggetto deceduto nelle more del procedimento di prevenzione o entro i 5 anni dal decesso.

“Interessati” dovrebbero essere, ancora, tutti coloro che hanno partecipato al giudizio per l’applicazione della misura di prevenzione o sono stati messi nella condizione di parteciparvi.

La revocazione della confisca non si presenta, tuttavia, come azione di annullamento, tipico dei rimedi straordinari, avendo prevalentemente carattere riparatorio/risarcitorio piuttosto che restitutorio.

Scelta normativa motivata dalla constatazione che, per effetto della possibilità di proporre la revoca della confisca, i soggetti in favore dei quali sono stati destinati i beni confiscati – nella maggior  parte dei casi i Comuni – si troverebbero nell’impossibilità di investire su di essi in funzione del loro riutilizzo per finalità sociali, in ragione della presentazione di istanze di revoca, che rendono instabile il giudicato di prevenzione.

Ai sensi dell’art. 28, comma 4, qualora venga accolta la richiesta di revocazione della confisca,  la Corte d’appello provvede, ove del caso, ai sensi dell’articolo 46 d.lgs. 159/2011, che disciplina la restituzione per equivalente. Viene, in particolare, riconosciuta all’interessato unicamente la corresponsione di una somma pari al valore di mercato del bene, quale risultante dalle relazioni di stima dell’amministratore giudiziario.

L’importo è posto a carico del Fondo Unico Giustizia (FUG), se il bene è stato venduto, ovvero a carico dell’amministrazione assegnataria.

La scelta di porre a carico dell’ente assegnatario l’onere risarcitorio potrebbe ben causare rilevanti problemi di bilancio, oltre ad apparire iniquo, atteso che il bene è e rimane comunque di proprietà dello Stato.

Del resto, lascia perplessi  anche la scelta di prevalenza dell’interesse pubblico alla conservazione del bene ablato acquisito al patrimonio dello Stato, sul diritto del singolo di vedersi restituito quel preciso “bene”, illegittimamente sottratto alla sua disponibilità.

Tuttavia, attesa la particolarità della materia della prevenzione, le pur rilevanti esigenze sottostanti alle misure ante e preter delicti parrebbero consentire – per le misure patrimoniali – sacrifici bilanciati del diritto di proprietà e di impresa.

Fonti:

  • MENDITTO F., Le misure di prevenzione e la confisca allargata, Giuffrè.
  • PANSINI C., La “revocazione” della confisca di prevenzione: un quadro di sintesi, in Processo penale e giustizia.

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